La montagna sacra

Una sferzata d’aria gelida ridestò K. Si era appisolato. A quell’altitudine, addormentarsi per qualche ora, se non ben riparati dal vento, significava andare incontro all’ipotermia e lasciarci le penne. La stanchezza era troppa. Era passata una settimana da quando aveva iniziato la scalata e oramai era vicino. Una trentina di metri lo separavano dalla vetta e l’avrebbe incontrato.

Il pensiero di poter finalmente conferire con lui era la sola ragione che lo spingeva ad andare avanti.


-“ La via dell’espiazione inizia da quella montagna. “

-“ È su quella cima che lo troverai. ”


Queste parole gli furono riferite dalla gente dei villaggi sottostanti. Questa, era solita rivolgersi a lui con una parola della lingua locale la cui traduzione non trovava corrispettivo in alcun linguaggio noto, ma che pressappoco significava ” Uomo molto saggio “.

Il sole aveva da poco fatto capolino dietro la fila di vette, che si stagliavano nel cielo solitarie e imponenti.

Un ultimo sforzo e fu arrivato. Era sulla cima.

K si guardò attorno. Il paesaggio circostante, desolato e silenzioso, sembrava essere privo di qualsivoglia tipo di vegetazione o fauna di sorta. In lontananza, scorse una piccola capanna di legno e si domandò come poteva, un uomo, sopravvivere da solo in un luogo del genere; un luogo certamente sacro, in cui chiunque, si sarebbe sentito fuori posto e indegno di abitare.

– “ Ci siamo.” pensò K.

Il cuore, sembrava che a momenti gli sarebbe dovuto uscire dal petto.

Si incamminò, e in un paio di minuti, in cui le gambe parevano muoversi da sole, tant’era l’adrenalina in circolo, era sull’uscio della capanna.

K rimase immobile per altrettanti minuti, benchè in quel lasso di tempo, che gli parve infinito, sperimentò la sensazione che tutto attorno a sè fosse diventato immateriale ed inafferrabile, esistendo solo da qualche parte al di là dello spazio e del tempo. Le uniche certezze erano lui e quella capanna.

– “ Avanti “

Un istante prima che le nocche toccassero il legno della porta, una voce risuonò calda e profonda nella brezza di quel mattino irreale. K entrò.

Un uomo, seduto su di un lurido lenzuolo, con le gambe conserte e gli occhi chiusi, era intento a meditare profondamente. K stette qualche secondo ad osservarlo, nel silenzio più totale, quando finalmente si decise a rompere il silenzio.

-“ Maestro! “ esordì, preso da un’eccitazione febbrile.


– “ Non immaginate quanto ho atteso…”


– “ Ti prego ” l’uomo lo interruppe, continuando a tenere gli occhi chiusi. 


– “ …non chiamarmi così. Chiunque venga alla mia dimora, uomo o donna, giovane o vecchio, povero o ricco che sia, entrambi, abbiamo da insegnarci qualcosa l’un l’altro. La gente dei villaggi mi ha affettuosamente affibbiato un altro nome che più si confà alla mia natura.”

Ci fu una pausa di alcuni secondi.

– “ Chiamami pure Er Pupone.”

Detto ciò, Francesco Totti aprì gli occhi, e solo allora sembrò essersi realmente accorto della presenza dell’ospite.
Quegli occhi, chiari come il cristallo, sembravano scandagliare da cima a fondo l’anima del visitatore.

– “ Continua pure figliolo e raccontami di ciò che turba il tuo animo. “

K continuò, provando un senso di vergogna.
– “ Lei ha di fronte a se un peccatore. La più infima specie per giunta. Ma non è sempre stato così. In gioventù sono stata una persona giusta, una persona buona. Poi, la vita ha voluto giocare con me e mettermi nella condizione di compiere azioni che mi vergognerei a raccontare . Non avevo scelta. Troppo spesso sono rimasto in balia degli eventi. Ecco, d’ora in avanti voglio essere io a prendere in mano il timone , ma non so da dove iniziare. Sento di essere ancora solo una marionetta e che il cammino dell’espiazione è ancora lungo e pieno di insidie. Ecco perché sono qui. Quindi la prego, mi dica, come faccio a sottometterla, questa vita, alla mia volontà? Mi dica, come posso riuscirvi?!? ”


Totti era ritornato in uno stato di profonda meditazione.
Quando si ridestò, la sua mano destra, le cui dita si erano unite tra loro a formare una specie di piccola pala, descrisse un arco di parabola nell’aria e un sorriso beffardo gli si dipinse sul volto.


– “ Aò ” il santone sentenziò.

– “ Faje er cucchiaio”

K scoppiò in un pianto liberatorio e si gettò a terra carponi.

Fare un cucchiaio alla vita. Era questa la risposta che da tutti questi anni aveva cercato invano.

Si alzò in piedi e lasciò il santone, che oramai aveva smesso di prestargli attenzione ed era tornato in uno stato catalettico.
Uscì fuori dalla capanna e una sferzata d’aria gelida lo prese dritto in volto. La sentì appena.


– “ Adesso c’è da ritornare al villaggio” pensò.

Da quel punto in poi, la strada sarebbe stata tutta in discesa.

Fine

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