Starving for adventures

” …già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno “

[ Inferno, XXXIII canto, 73-75 ]

Il giorno tanto atteso era arrivato. Dopo venti giorni di gestazione la piccola Bijou, un grazioso hamster dal pelo bianchissimo, aveva dato alla luce nove piccoli cricetini, tenuti al riparo dalle intemperie in un giaciglio di paglia improvvisato, nascosto nel cavo di un tronco abbandonato.

Gli oziosi pomeriggi da criceto domestico erano oramai un vago ricordo.

Se un tempo l’unica occupazione che sembrava dare senso alla sua esistenza era correre spensierata sulla ruota di plastica posta al centro della gabbietta, adesso i mugugni dello stomaco e il suo pelo non più lucido come un tempo le ricordavano che un giorno si era decisa a scendere per sempre da quel rotore in moto quasi perpetuo, su cui realizzò di aver percorso svariati chilometri pur non essendosi mossa affatto, per barattare le rassicuranti catene fatte di fili metallici, frutta, verdura e semi a orari prestabiliti, per l’incertezza della libertà.

A tenerle compagnia in quelle giornate di quotidiana lotta contro i mostri del freddo e della fame c’era il gioviale Hamtaro, una palla di pelo bianco e arancione, nonché amore della sua vita che con lei aveva intrapreso quella fuga dalle rispettive padroncine.

Di ritorno da un giro di perlustrazione, dove contava di raccogliere quanta più frutta e foglie possibili per sfamare se stesso e la sua nuova famiglia e preparasi all’inverno imminente, Hamtaro si tastò con le zampette le tasche guanciali, un tempo sempre gonfie e tese come la pelle di un tamburo.

Da settimane ormai l’ombra dell’inedia incombeva su quelle due palle di pelo.

Entrò con incertezza nella tana e dopo aver rivolto uno sguardo afflitto a Bijou, che lo attendeva speranzosa, sputò a terra un acino d’uva rinsecchito.

Il piccolo criceto, conosciuto per il suo inguaribile ottimismo, che lo portava a vedere l’abbeveratoio di plastica sempre mezzo pieno, si accorse che un fiume di lacrime aveva iniziato a scorrere sulle sue morbide gote da roditore.

Quella soluzione trasparente di elettroliti iniziò pian piano ad annebbiargli la vista, e ad un certo punto, davanti a sé, le cose gli parvero sfumate ed irreali, e qualcosa in lui si ruppe.

Riusciva a distinguere la sagoma di Bijou, ma ai suoi piedi, per quanto si sforzasse, non vedeva altro che nove piccoli semi di girasole, come quelli che un tempo la sua padroncina era solita dargli almeno due volte alla settimana, e di cui andava particolarmente ghiotto.

Uno di questi sembrò addirittura interrogarlo:

– ” Padre mio, ché non m’aiuti? “

Fu in quel momento che Hamtaro realizzò che una nuova grande sfida lo attendeva, in quel tronco d’albero che a meglio guardare rassomigliava ad una torre solitaria, piantata nel centro di una ruota ben più grande, che insieme a lui girava in un moto di rivoluzione perpetuo e all’apparenza inutile.

Nè lui nè Bijou, in quel giro di giostra, avevano ancora provato il vero sapore della libertà.

Fine

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