Author: calabiyau

Love story

Lunedì 4 maggio

Questa mattina una raggazza si è trasferita nell’appartamento di fronte al mio.

Con la scusa di fumarmi una sigaretta sono uscito sul pianerottolo, gettando di tanto in tanto un’ occhiata nella sua direzione, mentre portava, su e giù per le scale, scatoloni e mobili vari che parevano pesare una tonnellata.

Finito un intero pacchetto, e accortomi che il mio piano per farmi notare non stava funzionando, sono rientrato sbattendo la porta stizzito.

La sera ho cenato con un pasto frugale poi sono andato a letto.

Martedì 5 maggio

Stanotte non ho quasi chiuso occhio pensando alla nuova inquilina.

Credo anche di averla sognata. Correvamo spensierati su un prato fino a cadere ai piedi di una betulla dove abbiamo fatto l’amore.

Non conoscendo il suo nome, ricordo di averla chiamata un paio di volte emettendo dei suoni gutturali. É stato abbastanza strano.

P.S : Ho deciso che in questi giorni vado a presentarmi

P.S.S: É finito il latte, bisogna comprare altri cartoni.

Mercoledì 6 maggio

Oggi sono andato a pescare al lago. A fine giornata mi ritrovo con due storioni belli grassi che stasera mi faccio al cartoccio.

Note salienti della giornata: nessuna.

Giovedi 7 maggio

Mi sono deciso ad andare a parlare alla nuova inquilina, ma non credo di essere partito benissimo.

Dopo aver bussato con insistenza, la ragazza mi ha aperto abbozzando un mezzo sorriso, allora le ho chiesto se avesse del sale da prestarmi, ma l’ho chiamato “ cloruro di sodio “ per fare il simpatico e, perché no, per passare da persona colta.

Purtroppo un corriere di Amazon sbucato dal nulla ci ha interrotti e ho dovuto aspettare in disparte che finisse la transazione.

Di sottecchi, ho letto il suo nome sull’etichetta del pacco: Arianna, a fianco alla scritta : Sale dell’Himalaya, tre chili.

Andato via il corriere, mi ha detto dispiaciuta che non aveva sale in casa.

Venerdì 8 maggio

Stamattina ho incontrato Arianna mentre stava uscendo.

L’ho salutata chiamandola per nome, al che mi ha chiesto stupita come facessi a conoscerlo. Per non dirle di aver sbirciato sulla scatola ho risposto che ho tirato a indovinare. Mi ha guardato in modo strano e se n’è andata.

Nel pomeriggio ho fatto due ore di panca piana per rimettermi in forma.

Martedì 12 maggio

Dopo giorni che non ci siamo visti, oggi ho finalmente incontrato Arianna nell’androne del condominio, ma non si ricordava di me.

Le ho detto che ero il ragazzo del sale di pochi giorni fa, ma continuava a non ricordarsi.

In un silenzio imbarazzante abbiamo fatto le scale insieme.

Purtroppo, peccando di presunzione e di voglia di mettermi in mostra, gli ultimi due gradini li ho fatti tutti d’un colpo, ma sono inciampato dando una testata sul pavimento e devo aver perso i sensi per un paio d’ore. Quando sono rinvenuto ero ancora là ma Arianna se n’era andata.

Mercoledì 13 maggio

Ho finalmente chiesto ad Arianna di uscire questa sera per andarci a mangiare una pizza.

Benchè inizialmente sembrasse titubante, ha accettato, a condizione che prima mi mostrasse un trucco di magia ( è venuto fuori che fa l’animatrice ai compleanni dei bambini).

Mi ha chiesto di porgerle le chiavi del mio appartamento e di pensare a un numero da uno a cento.

Dopo aver fatto il calco delle chiavi davanti ai miei occhi, ha sparato un numero, purtroppo, errato. Non ho avuto il coraggio di dirglielo, timoroso di istigare una lacrima su quel tenero faccino, ma ho finto che avesse indovinato e mi sono complimentato stupito.

Giovedì 14 maggio

Ieri sera Arianna mi ha dato buca e, come se non bastasse, tornato a casa, ho trovato il mio appartamento svaligiato.

Cosa ancor più strana, anche la porta del suo appartamento era aperta ma di lei e delle sue cose non c’era traccia.

Dopo aver fatto la denuncia ai carabinieri, ho chiamato il proprietario del condominio per chiedergli se sapesse qualcosa in merito.

É venuto fuori che Arianna è un rumeno di cinquant’anni con una parrucca, di nome Alexandru, specializzato nei furti di appartamenti e dileguatosi dopo aver messo a segno il colpo.

Appresa la notizia, sono tornato, trascindandomi a testa bassa, nella mia camera, vuota come l’abisso che mi porto in questo momento in petto.

Domani e le altre a venire saranno giornate sicuramente dure per il mio ingenuo cuoricino calpestato.

Spero almeno che la notte non mi sorprenda, preso dalla forza dell’abitudine di quest’ ultima settimana, attaccato allo spioncino della porta nell’attesa di un movimento fugace nel corridoio, che so non arriverà mai più.

Non ci farei una bella figura con me stesso.

Ti amo, Alexandru.

Fine

Starving for adventures

” …già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno “

[ Inferno, XXXIII canto, 73-75 ]

Il giorno tanto atteso era arrivato. Dopo venti giorni di gestazione la piccola Bijou, un grazioso hamster dal pelo bianchissimo, aveva dato alla luce nove piccoli cricetini, tenuti al riparo dalle intemperie in un giaciglio di paglia improvvisato, nascosto nel cavo di un tronco abbandonato.

Gli oziosi pomeriggi da criceto domestico erano oramai un vago ricordo.

Se un tempo l’unica occupazione che sembrava dare senso alla sua esistenza era correre spensierata sulla ruota di plastica posta al centro della gabbietta, adesso i mugugni dello stomaco e il suo pelo non più lucido come un tempo le ricordavano che un giorno si era decisa a scendere per sempre da quel rotore in moto quasi perpetuo, su cui realizzò di aver percorso svariati chilometri pur non essendosi mossa affatto, per barattare le rassicuranti catene fatte di fili metallici, frutta, verdura e semi a orari prestabiliti, per l’incertezza della libertà.

A tenerle compagnia in quelle giornate di quotidiana lotta contro i mostri del freddo e della fame c’era il gioviale Hamtaro, una palla di pelo bianco e arancione, nonché amore della sua vita, che con lei aveva intrapreso quella fuga dalle rispettive padroncine.

Di ritorno da un giro di perlustrazione, dove contava di raccogliere quanta più frutta e foglie possibili per sfamare se stesso e la sua nuova famiglia e preparasi all’inverno imminente, Hamtaro si tastò con le zampette le tasche guanciali, un tempo sempre gonfie e tese come la pelle di un tamburo.

Da settimane ormai l’ombra dell’inedia incombeva su quelle due palle di pelo.

Entrò con incertezza nella tana e dopo aver rivolto uno sguardo afflitto a Bijou, che lo attendeva speranzosa, sputò a terra un acino d’uva rinsecchito.

Il piccolo criceto, conosciuto per il suo inguaribile ottimismo, che lo portava a vedere l’abbeveratoio di plastica sempre mezzo pieno, si accorse che un fiume di lacrime aveva iniziato a scorrere sulle sue morbide gote da roditore.

Quella soluzione trasparente di elettroliti iniziò pian piano ad annebbiargli la vista, e ad un certo punto, davanti a sé, le cose gli parvero sfumate ed irreali, e qualcosa in lui si ruppe.

Riusciva a distinguere la sagoma di Bijou, ma ai suoi piedi, per quanto si sforzasse, non vedeva altro che nove piccoli semi di girasole, come quelli che un tempo la sua padroncina era solita dargli almeno due volte alla settimana, e di cui andava particolarmente ghiotto.

Uno di questi sembrò addirittura interrogarlo:

– ” Padre mio, ché non m’aiuti? “

Fu in quel momento che Hamtaro realizzò che una nuova grande sfida lo attendeva, in quel tronco d’albero che a meglio guardare rassomigliava ad una torre solitaria, piantata nel centro di una ruota ben più grande, che insieme a lui girava in un moto di rivoluzione perpetuo e all’apparenza inutile.

Nè lui nè Bijou, in quel giro di giostra, avevano ancora provato il vero sapore della libertà.

Fine

La montagna sacra

Una sferzata d’aria gelida ridestò K. Si era appisolato. A quell’altitudine, addormentarsi per qualche ora, se non ben riparati dal vento, significava andare incontro all’ipotermia e lasciarci le penne. La stanchezza era troppa. Era passata una settimana da quando aveva iniziato la scalata e oramai era vicino. Una trentina di metri lo separavano dalla vetta e l’avrebbe incontrato.

Il pensiero di poter finalmente conferire con lui era la sola ragione che lo spingeva ad andare avanti.


-“ La via dell’espiazione inizia da quella montagna. “

-“ È su quella cima che lo troverai. ”


Queste parole gli furono riferite dalla gente dei villaggi sottostanti. Questa, era solita rivolgersi a lui con una parola della lingua locale la cui traduzione non trovava corrispettivo in alcun linguaggio noto, ma che pressappoco significava ” Uomo molto saggio “.

Il sole aveva da poco fatto capolino dietro la fila di vette, che si stagliavano nel cielo solitarie e imponenti.

Un ultimo sforzo e fu arrivato. Era sulla cima.

K si guardò attorno. Il paesaggio circostante, desolato e silenzioso, sembrava essere privo di qualsivoglia tipo di vegetazione o fauna di sorta. In lontananza, scorse una piccola capanna di legno e si domandò come poteva, un uomo, sopravvivere da solo in un luogo del genere; un luogo certamente sacro, in cui chiunque, si sarebbe sentito fuori posto e indegno di abitare.

– “ Ci siamo.” pensò K.

Il cuore, sembrava che a momenti gli sarebbe dovuto uscire dal petto.

Si incamminò, e in un paio di minuti, in cui le gambe parevano muoversi da sole, tant’era l’adrenalina in circolo, era sull’uscio della capanna.

K rimase immobile per altrettanti minuti, benchè in quel lasso di tempo, che gli parve infinito, sperimentò la sensazione che tutto attorno a sè fosse diventato immateriale ed inafferrabile, esistendo solo da qualche parte al di là dello spazio e del tempo. Le uniche certezze erano lui e quella capanna.

– “ Avanti “

Un istante prima che le nocche toccassero il legno della porta, una voce risuonò calda e profonda nella brezza di quel mattino irreale. K entrò.

Un uomo, seduto su di un lurido lenzuolo, con le gambe conserte e gli occhi chiusi, era intento a meditare profondamente. K stette qualche secondo ad osservarlo, nel silenzio più totale, quando finalmente si decise a rompere il silenzio.

-“ Maestro! “ esordì, preso da un’eccitazione febbrile.


– “ Non immaginate quanto ho atteso…”


– “ Ti prego ” l’uomo lo interruppe, continuando a tenere gli occhi chiusi. 


– “ …non chiamarmi così. Chiunque venga alla mia dimora, uomo o donna, giovane o vecchio, povero o ricco che sia, entrambi, abbiamo da insegnarci qualcosa l’un l’altro. La gente dei villaggi mi ha affettuosamente affibbiato un altro nome che più si confà alla mia natura.”

Ci fu una pausa di alcuni secondi.

– “ Chiamami pure Er Pupone.”

Detto ciò, Francesco Totti aprì gli occhi, e solo allora sembrò essersi realmente accorto della presenza dell’ospite.
Quegli occhi, chiari come il cristallo, sembravano scandagliare da cima a fondo l’anima del visitatore.

– “ Continua pure figliolo e raccontami di ciò che turba il tuo animo. “

K continuò, provando un senso di vergogna.
– “ Lei ha di fronte a se un peccatore. La più infima specie per giunta. Ma non è sempre stato così. In gioventù sono stata una persona giusta, una persona buona. Poi, la vita ha voluto giocare con me e mettermi nella condizione di compiere azioni che mi vergognerei a raccontare . Non avevo scelta. Troppo spesso sono rimasto in balia degli eventi. Ecco, d’ora in avanti voglio essere io a prendere in mano il timone , ma non so da dove iniziare. Sento di essere ancora solo una marionetta e che il cammino dell’espiazione è ancora lungo e pieno di insidie. Ecco perché sono qui. Quindi la prego, mi dica, come faccio a sottometterla, questa vita, alla mia volontà? Mi dica, come posso riuscirvi?!? ”


Totti era ritornato in uno stato di profonda meditazione.
Quando si ridestò, la sua mano destra, le cui dita si erano unite tra loro a formare una specie di piccola pala, descrisse un arco di parabola nell’aria e un sorriso beffardo gli si dipinse sul volto.


– “ Aò ” il santone sentenziò.

– “ Faje er cucchiaio”

K scoppiò in un pianto liberatorio e si gettò a terra carponi.

Fare un cucchiaio alla vita. Era questa la risposta che da tutti questi anni aveva cercato invano.

Si alzò in piedi e lasciò il santone, che oramai aveva smesso di prestargli attenzione ed era tornato in uno stato catalettico.
Uscì fuori dalla capanna e una sferzata d’aria gelida lo prese dritto in volto. La sentì appena.


– “ Adesso c’è da ritornare al villaggio” pensò.

Da quel punto in poi, la strada sarebbe stata tutta in discesa.

Fine

Requiem for an apple

Lincolnshire, Inghilterra, 1666 d.C

Dalla considerevole altezza di dieci metri, un decennale melo offriva una perfetta vista dell’intera tenuta di Woolsthorpe alla sua ormai numerosa progenie di pomi verdi e lucidi, che pendevano dai suoi rami sotto i raggi di un debole sole novembrino. Tra questi, una ormai matura renetta di dieci centimetri di diametro, che da tempo ormai contemplava il monotono susseguirsi del giorno e della notte, stava riflettendo sulla sua condizione di falso frutto e sulla sua esistenza, cosa non insolita per quella varietà di mele.

In quei momenti pensava alla sua infanzia.

Fin da quando era ancora un torsolo, aveva prestato orecchio, estasiata, ai miti e alle leggende che si tramandavano di generazione in generazione sulle imprese dei suoi simili e a due di queste era particolarmente affezionata.

La prima, racconta di come le mele entrarono per la prima volta in contatto con gli uomini.

Avvenne un giorno, all’ inizio dei tempi, nel paradiso terrestre. Purtroppo, le due specie partirono col piede sbagliato, giacché, per qualche motivo, dalle nuvole tuonò una rumorosa bestemmia che riecheggiò nei secoli dei secoli.

La seconda, era la storia di un suo antenato parimenti leggendario, figlio della dea della discordia, Eris, che da questa fu lanciato sul tavolo in cui si stava celebrando un banchetto.

Il tavolo era ricco di pietanze, ragion per cui una mela sarebbe dovuta passare inosservata, ma non quella: sul suo dorso dorato erano incise, come il pomo stesso raccontò poi di aver letto, le parole “Alla più in carne”, le quali alzarono un polverone in sala e tre delle donne presenti iniziarono a darsele di santa ragione.

Queste storie fantastiche, un tempo lasciavano l’ anziana mela, dal marcato accento britannico, sveglia la notte a fantasticare su quale avvenire il destino aveva in serbo per lei.

Oramai però, giunta alla veneranda età di due mesi, sentiva chiaramente venire meno il fidato picciolo, che un tempo la teneva saldamente ancorata alla realtà.

La disillusione dell’ età adulta, aveva oramai maturato, in contrapposizione ai sogni di gloria giovanili, la cinica consapevolezza che non tutti sono destinati ad influenzare il corso degli eventi e che solo a pochissime mele spetta la gloria eterna; alle altre, un’ esistenza fatta di giornate modeste nell’attesa che arrivi il tempo della raccolta o che si venga divorati prima, dall’interno, da insignificanti esserini striscianti.

Fu in una di queste giornate, che intuì che il leggero venticello che si andava alzando non le avrebbe lasciato scampo.

Iniziò ad oscillare leggermente finchè il picciolo cedette, provocando la caduta libera di quella massa inerte.

Appostato a riflettere sotto l’albero stava un giovane appartenente alla famiglia di allevatori proprietari della tenuta, un certo Isaac Newton.

Il giovane venne centrato in piena testa.

Ebbe un sussulto, ma dopo aver realizzato ciò che era accaduto, si mise ad osservare indifferente il pomo che ancora rotolava. A quel punto una voce richiamò la sua attenzione. Era suo cugino Isaac, omonimo e con un futuro da brillante matematico che gli ricordava che domani era il suo turno di stare sotto al melo.

Nel mentre un gruppo di pecore allevate nella tenuta si accanirono sulla mela con poderosi colpi di mascella.

Poco prima della fine, alla sfortunata e inconsapevole renetta gli sovvennero le parole di un suo vicino di ramo, conosciuto in tutto l’albero per la sua saggezza, pronunciate pochi giorni prima che diventasse sidro:

– “ Se le pecore dovessero prenderti una volta a terra, mettiti ad abbaiare. Questo le spaventerà a morte ” –

Purtroppo le pecore la udirono a malapena e di lei non rimase che qualche brandello di buccia a svolazzare nel vento di quell’anonima tenuta inglese, a mo’ di stendardo per tutti gli sconfitti della vita.

Fine