Requiem for an apple

Lincolnshire, Inghilterra, 1666 d.C

Dalla considerevole altezza di dieci metri, un decennale melo offriva una perfetta vista dell’intera tenuta di Woolsthorpe alla sua ormai numerosa progenie di pomi verdi e lucidi, che pendevano dai suoi rami sotto i raggi di un debole sole novembrino. Tra questi, una ormai matura renetta di dieci centimetri di diametro, che da tempo ormai contemplava il monotono susseguirsi del giorno e della notte, stava riflettendo sulla sua condizione di falso frutto e sulla sua esistenza, cosa non insolita per quella varietà di mele.

In quei momenti pensava alla sua infanzia.

Fin da quando era ancora un torsolo, aveva prestato orecchio, estasiata, ai miti e alle leggende che si tramandavano di generazione in generazione sulle imprese dei suoi simili e a due di queste era particolarmente affezionata.

La prima, racconta di come le mele entrarono per la prima volta in contatto con gli uomini.

Avvenne un giorno, all’ inizio dei tempi, nel paradiso terrestre. Purtroppo, le due specie partirono col piede sbagliato, giacché, per qualche motivo, dalle nuvole tuonò una rumorosa bestemmia che riecheggiò nei secoli dei secoli.

La seconda, era la storia di un suo antenato parimenti leggendario, figlio della dea della discordia, Eris, che da questa fu lanciato sul tavolo in cui si stava celebrando un banchetto.

Il tavolo era ricco di pietanze, ragion per cui una mela sarebbe dovuta passare inosservata, ma non quella: sul suo dorso dorato erano incise, come il pomo stesso raccontò poi di aver letto, le parole “Alla più in carne”, le quali alzarono un polverone in sala e tre delle donne presenti iniziarono a darsele di santa ragione.

Queste storie fantastiche, un tempo lasciavano l’ anziana mela, dal marcato accento britannico, sveglia la notte a fantasticare su quale avvenire il destino aveva in serbo per lei.

Oramai però, giunta alla veneranda età di 2 mesi, sentiva chiaramente venire meno il fidato picciolo, che un tempo la teneva saldamente ancorata alla realtà.

La disillusione dell’ età adulta, aveva oramai maturato, in contrapposizione ai sogni di gloria giovanili, la cinica consapevolezza che non tutti sono destinati ad influenzare il corso degli eventi e che solo a pochissime mele spetta la gloria eterna; alle altre un’ esistenza fatta di giornate modeste nell’attesa che arrivi il tempo della raccolta o che si venga divorati prima, dall’interno, da insignificanti esserini striscianti.

Fu in una di queste giornate, che intuì che il leggero venticello che si andava alzando non le avrebbe lasciato scampo.

Iniziò ad oscillare leggermente finchè il picciolo cedette, provocando la caduta libera di quella massa inerte.

Appostato a riflettere sotto l’albero stava un giovane appartenente alla famiglia di allevatori proprietari della tenuta, un certo Isaac Newton.

Il giovane venne centrato in piena testa.

Ebbe un sussultò e dopo aver realizzato ciò che era accaduto si mise ad osservare indifferente il pomo che ancora rotolava. A quel punto una voce richiamò la sua attenzione. Era suo cugino Isaac, omonimo e con un futuro da brillante matematico che gli ricordava che domani era il suo turno di stare sotto al melo.

Nel mentre un gruppo di pecore allevate nella tenuta si accanirono sulla mela con poderosi colpi di mascella.

Poco prima della fine, alla sfortunata e inconsapevole renetta gli sovvennero le parole di un suo vicino di ramo, conosciuto in tutto l’albero per la sua saggezza, pronunciate pochi giorni prima che diventasse sidro:

– “ Se le pecore dovessero prenderti una volta a terra, mettiti ad abbaiare. Questo le spaventerà a morte ” –

Purtroppo le pecore la udirono a malapena e di lei non rimase che qualche brandello di buccia a svolazzare nel vento di quell’anonima tenuta inglese, a mo’ di stendardo per tutti gli sconfitti della vita.

Fine

Starving for adventures

” …già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno “

[ Inferno, XXXIII canto, 73-75 ]

Il giorno tanto atteso era arrivato. Dopo venti giorni di gestazione la piccola Bijou, un grazioso hamster dal pelo bianchissimo, aveva dato alla luce nove piccoli cricetini, tenuti al riparo dalle intemperie in un giaciglio di paglia improvvisato, nascosto nel cavo di un tronco abbandonato.

Gli oziosi pomeriggi da criceto domestico erano oramai un vago ricordo.

Se un tempo l’unica occupazione che sembrava dare senso alla sua esistenza era correre spensierata sulla ruota di plastica posta al centro della gabbietta, adesso i mugugni dello stomaco e il suo pelo non più lucido come un tempo le ricordavano che un giorno si era decisa a scendere per sempre da quel rotore in moto quasi perpetuo, su cui realizzò di aver percorso svariati chilometri pur non essendosi mossa affatto, per barattare le rassicuranti catene fatte di fili metallici, frutta, verdura e semi a orari prestabiliti, per l’incertezza della libertà.

A tenerle compagnia in quelle giornate di quotidiana lotta contro i mostri del freddo e della fame c’era il gioviale Hamtaro, una palla di pelo bianco e arancione, nonché amore della sua vita che con lei aveva intrapreso quella fuga dalle rispettive padroncine.

Di ritorno da un giro di perlustrazione, dove contava di raccogliere quanta più frutta e foglie possibili per sfamare se stesso e la sua nuova famiglia e preparasi all’inverno imminente, Hamtaro si tastò con le zampette le tasche guanciali, un tempo sempre gonfie e tese come la pelle di un tamburo.

Da settimane ormai l’ombra dell’inedia incombeva su quelle due palle di pelo.

Entrò con incertezza nella tana e dopo aver rivolto uno sguardo afflitto a Bijou, che lo attendeva speranzosa, sputò a terra un acino d’uva rinsecchito.

Il piccolo criceto, conosciuto per il suo inguaribile ottimismo, che lo portava a vedere l’abbeveratoio di plastica sempre mezzo pieno, si accorse che un fiume di lacrime aveva iniziato a scorrere sulle sue morbide gote da roditore.

Quella soluzione trasparente di elettroliti iniziò pian piano ad annebbiargli la vista, e ad un certo punto, davanti a sé, le cose gli parvero sfumate ed irreali, e qualcosa in lui si ruppe.

Riusciva a distinguere la sagoma di Bijou, ma ai suoi piedi, per quanto si sforzasse, non vedeva altro che nove piccoli semi di girasole, come quelli che un tempo la sua padroncina era solita dargli almeno due volte alla settimana, e di cui andava particolarmente ghiotto.

Uno di questi sembrò addirittura interrogarlo:

– ” Padre mio, ché non m’aiuti? “

Fu in quel momento che Hamtaro realizzò che una nuova grande sfida lo attendeva, in quel tronco d’albero che a meglio guardare rassomigliava ad una torre solitaria, piantata nel centro di una ruota ben più grande, che insieme a lui girava in un moto di rivoluzione perpetuo e all’apparenza inutile.

Nè lui nè Bijou, in quel giro di giostra, avevano ancora provato il vero sapore della libertà.

Fine

The sacred mountain

Una sferzata d’aria gelida ridestò K. Si era appisolato. A quell’altitudine, addormentarsi per qualche ora, se non ben riparati dal vento, significava andare incontro all’ipotermia e lasciarci le penne. La stanchezza era troppa. Era passata una settimana da quando aveva iniziato la scalata e oramai era vicino. Una trentina di metri lo separavano dalla vetta e l’avrebbe incontrato.

Il pensiero di poter finalmente conferire con lui era la sola ragione che lo spingeva ad andare avanti.


-“ La via dell’espiazione inizia da quella montagna. “

-“ E’ su quella cima che lo troverai. ”


Queste parole gli furono riferite dalla gente dei villaggi sottostanti. Questa, era solita rivolgersi a lui con una parola della lingua locale, impossibile da tradurre, ma che pressappoco significava ‘ Uomo molto saggio ’.

Il sole aveva da poco fatto capolino dietro la fila di vette, che si stagliavano solitarie e si susseguivano come tessere di un domino.

Un ultimo sforzo e fu arrivato. Era sulla cima.

K si guardò attorno. Il paesaggio circostante, desolato e silenzioso, sembrava essere privo di qualsivoglia tipo di vegetazione o fauna di sorta. In lontananza, scorse una piccola capanna di legno e si domandò come poteva, un uomo, sopravvivere da solo in un luogo del genere; un luogo certamente sacro, in cui chiunque, si sarebbe sentito fuori posto e indegno di abitare.

– “ Ci siamo.” pensò K.

Il cuore, sembrava che a momenti gli sarebbe dovuto uscire dal petto.

Si incamminò, e in un paio di minuti, in cui le gambe parevano muoversi da sole, tant’era l’adrenalina in circolo, era sull’uscio della capanna.

K rimase immobile per altrettanti minuti, benchè in quel lasso di tempo, che gli parve infinito, sperimentò la sensazione che tutto attorno a sè fosse diventato immateriale ed inafferrabile, esistendo solo da qualche parte al di là dello spazio e del tempo. Le uniche certezze erano lui e quella capanna.

– “ Avanti “

Un istante prima che le nocche toccassero il legno della porta, una voce risuonò calda e profonda nella brezza di quel mattino irreale. K entrò.

Un uomo, seduto su di un lurido lenzuolo, con le gambe conserte e gli occhi chiusi, era intento a meditare profondamente. K stette qualche secondo ad osservarlo, nel silenzio più totale, quando finalmente si decise a rompere il silenzio.

-“ Maestro! “ esordì, preso da un’eccitazione febbrile.


– “ Non immaginate quanto ho atteso…”


– “ Ti prego ” l’uomo lo interruppe, continuando a tenere gli occhi chiusi. 


“ …non chiamarmi così. Chiunque venga alla mia dimora, uomo o donna, giovane o vecchio, povero o ricco che sia, entrambi, abbiamo da insegnarci qualcosa l’un l’altro. La gente dei villaggi mi ha affettuosamente affibbiato un altro nome che più si confà alla mia natura.”

Ci fu una pausa di alcuni secondi.

– “ Chiamami pure Er Pupone.”

Detto ciò, Francesco Totti aprì gli occhi, e solo allora sembrò essersi realmente accorto della presenza dell’ospite.
Quegli occhi, chiari come il cristallo, sembravano scandagliare da cima a fondo l’anima del visitatore.

– “ Continua pure figliolo e raccontami di ciò che turba il tuo animo. “

K continuò, provando un senso di vergogna.
– “ Lei ha di fronte a se un peccatore. La più infima specie per giunta. Ma non è sempre stato così. In gioventù sono stata una persona giusta, una persona buona. Poi, la vita ha voluto giocare con me e mettermi nella condizione di compiere azioni che mi vergognerei a raccontare . Non avevo scelta. Troppo spesso sono rimasto in balia degli eventi. Ecco, d’ora in avanti voglio essere io a prendere in mano il timone , ma non so da dove iniziare. Sento di essere ancora solo una marionetta e che il cammino dell’espiazione è ancora lungo e pieno di insidie. Ecco perché sono qui. Quindi la prego, mi dica, come faccio a sottometterla, questa vita, alla mia volontà? Mi dica, come posso riuscirvi?!? ”


Totti era ritornato in uno stato di profonda meditazione.
Quando si ridestò, la sua mano destra, le cui dita si erano unite tra loro a formare una specie di piccola pala, descrisse un arco di parabola nell’aria e un sorriso beffardo gli si dipinse sul volto.


– “ Aò ” il santone sentenziò.

– “ Faje er cucchiaio”

K scoppiò in un pianto liberatorio e si gettò a terra carponi.

Fare un cucchiaio alla vita. Era questa la risposta che da tutti questi anni aveva cercato invano.

Si alzò in piedi e lasciò il santone, che oramai aveva smesso di prestargli attenzione ed era tornato in uno stato catalettico.
Uscì fuori dalla capanna e una sferzata d’aria gelida lo prese dritto in volto. La sentì appena.


– “ Adesso c’è da ritornare al villaggio” pensò.

Da quel punto in poi, la strada sarebbe stata tutta in discesa.

Fine

Scent of freedom

– “ Allora al mio tre, d’accordo? ”
– “ D’accordo. ”
– “ Guarda che se ti tiri indietro all’ ultimo…. ”
– “ Tranquillo, non mi tiro indietro.”
– “ Ok, allora vado ”
– “ Uno………due e…… ”
– “ Ferma!!! ”
– “ Cosa c’è? ”
– “ Non sono sicuro ”
– “ Come non sei sicuro? ”
– “ Ho paura ”
– “ Sono giorni che ci giriamo attorno. Dobbiamo sbrigarci. E’ da tanto che progettiamo questa evasione. Siamo arrivati fin qui. Resta un ultimo passo da fare. Non possiamo tirarci indietro proprio ora. “
– “ Cosa ci aspetta lì fuori? ”
– “ Cosa ci aspetta? Un mondo migliore. Una nuova El Dorado. Saremo liberi e magari anche felici. Dobbiamo solo saltare. Vuoi marcire qui dentro per sempre?”
– “ E se questa fosse una prova? ”
– “ Una prova? ”
– “ Se Dio ci stesse mettendo alla prova? Se ci volesse qui dentro ad espiare le nostre colpe? Potremmo pentircene amaramente. ”
– “ Vuoi smetterla di vaneggiare? Come fai a non accorgertene? Siamo a pochi passi dalla redenzione. Dobbiamo saltare. Dobbiamo saltare in questo abisso. E’ Dio stesso che ce lo sta ordinando. “
– “ E se il nostro posto non fosse lì fuori? Almeno non ancora ”
– “ Folle!! E’ la paura di saltare che ti fa parlare così. E’ Dio stesso che ci sta dando questa seconda opportunità. Non lo senti, fratello? Ci sta tendendo la mano. Sono sicuro che ha in serbo per noi un avvenire glorioso.”

Gli urlò contro con tutta la sua forza. Ansimava.
A queste parole, l’altro fu pervaso da un’audacia mai provata fino ad allora.

– “ Va bene, mi hai convinto. E’ il tuo cuore a parlarmi. Devi avere ragione. Del resto indietro non possiamo tornare. ”
– “ Per un attimo pensavo di averti perso, fratello “
– ” Ci riproviamo? ”
– “Sono con te “
– “Al mio tre “
– “ Uno….due e….”


………………


………………


………………

………………..

……………….
WUOSHHHHHHHHHH
Il signor Arnaldo tese con fermezza la catenella dello sciacquone, poi si alzò soddisfatto.
Dopo quattro giorni costipato finalmente c’era riuscito.
Tirò sù le braghe. Guardò il fondo: erano solo in due; si aspettava di peggio.
Sorrideva, osservando l’acqua che si ritirava inesorabile verso un mare di infinite possibilità.
– “ Questo è un gran bel giorno ” – pensò fissando il vortice che andava scomparendo.
Sorrise amaramente.
– “Un gran bel giorno per sentirsi liberi. ”

Fine

The Dawn of Man

Africa Subshariana, 3.200 000 a.C

Il sole si erge timidamente all’ orizzonte e un altro giorno si appresta a cominciare per Guido, un australopiteco afarensis di centodieci centimetri per quaranta chilogrammi, peloso all’inverosimile, ma con una capacità cranica di ben quattrocento centimetri cubici, che lo rendono a tutti gli effetti il più sveglio tra gli abitanti della savana.

In lontananza, lo scorrere di un fiume attira l’attenzione dell’ominide, che forte dei suoi dodici lunghi anni di vita, che fanno di lui un autentico veterano, si dirige a passo sicuro verso la riva, impaziente di placare la sua sete e, almeno per quel giorno, scongiurare la morte per disidratazione, toccata poche settimane addietro a suo zio.

Un destino cinico e beffardo però, stava ad attenderlo tra quelle limpide acque.

Un altro australopiteco, infatti, come Guido ebbe modo di constatare, si stava chinando a bere nel fiume. Ciò che Guido non sapeva, è che colui che vedeva di fronte, altri non era che il riflesso di Guido stesso, nell’acqua. Nell’esatto momento in cui si voltò di spalle, per sbeffeggiare il presunto rivale, mostrandogli le natiche nude e pelose, un colossale coccodrillo sbucò dall’ acqua azzannando e dilaniando Guido in una decina di secondi.

Nei suoi ultimi istanti di vita, una vita dura e selvaggia in cui era sempre riuscito a spuntarla, ma che questa volta lo vedeva uscire di scena per una banale disattenzione, l’ominide si consolò del fatto che perlomeno, quel giorno, era riuscito ad incontrare un suo simile, molto più brutto di lui.

Fine

La società degli uomini-mosca

” In principio era il ronzio; il ronzio era presso te, ma non lo sapevi.”

*Applausi*

Un uomo in giacca e cravatta esce dal sipario. Con passo sicuro si piazza al centro del palco. Sul volto, ha stampato un largo sorriso. Gli applausi cessano. Tutto il pubblico lo fissa, in attesa che dica qualcosa di divertente, che riveli a ciascuno di loro il suo segreto, il segreto manifesto in quel sorriso.
Anche l’uomo li fissa, uno ad uno, coi suoi numerosi occhietti. L’uomo, in realtà, è un grosso aracnide.
Sei tra il pubblico. Ti guardi attorno. Osservi molti dei numerosi presenti, uno ad uno. Da qualsiasi parte ti giri vedi solo mosche. Il ragno, a quel punto si fa serio. Dice al pubblico che non è qui per ridere e che in effetti non c’è niente da ridere. Il teatro è una gigantesca ragnatela. Provi ad urlare, ma più urli, più il ronzio in sala cresce, diventa assordante. Ti accorgi che anche il resto dei presenti sta urlando. Ti fermi a pensare lucidamente. In sala ci sono un migliaio di uomini-mosca come te. C’è circa lo 0,1% di possibilità che quel giorno verrai divorato. A quel punto il ragno riprende a sorridere e si dirige verso la scaletta. Scende giù dal palco. Cammina a passo sicuro. Sembra che guardi nella tua direzione. Cominci ad agitarti. Ancora pochi passi e…. è davanti a te. Il ronzio assordante cessa di colpo. Quel giorno il resto dell’ audience non verrà divorata, tanto vale godersi lo spettacolo. Gli uomini-mosca cominciano ad incitare il ragno. Vogliono che ti massacri. Hanno pagato per essere lì.
Il ragno dice:

– “ Spero tu possa perdonarmi. Sto solo recitando la mia parte, come da copione.”

– “ Verrà il giorno in cui persino a me sarà richiesto di starmene seduto a godermi lo spettacolo e magari mi ritroverò ad avere la stessa conversazione con un ragno più grosso di me. Ma fino ad allora…….”

A quel punto smette di parlare e si avvicina a te. Senti le sue zanne, affilate come cesoie, iniziare a dilaniarti.
Sequenze di immagini di una vita che ti è ormai indifferente, scorrono davanti ai tuoi occhi, ai tuoi migliaia di piccoli occhi. In sottofondo, gli applausi degli uomini-mosca, soddisfatti.
Il ragno sale sul palco ed esce di scena. Il sipario si chiude.
Qualcuno tra il pubblico si alza in piedi, è in visibilio. Chiede il bis. Dopo qualche minuto un altro uomo compare sul palco, diverso dal precedente. Sta sorridendo. Tutti lo fissano. I suoi numerosi occhietti ricambiano gli sguardi.

-“ Lo spettacolo è finito per questa sera signore e signori.”

– “ Vi aspettiamo domani alla stessa ora. Spero vi siate divertiti.”

Fa un inchino, poi esce di scena.
Uno ad uno, gli uomini-mosca si dirigono verso le uscite del teatro. Chiacchierano tra loro. Commentano lo spettacolo.
La fuori, montagne di sterco a perdita d’occhio, ordinate in pile gigantesche, secondo un criterio prestabilito. E’ ora di cena. Molti, vanno ad arrampicarsi agilmente sopra di queste. Altri, tengono sotto controllo le larve. Quest’ anno le nascite sono aumentate. Come da molti anni del resto. Gira voce che i ragni, invece, stiano andando diminuendo. Ma quelli sorridono. Non ci si fa caso.
Il sole sta tramontando e un’altra giornata, uguale alle altre, sta volgendo al termine nella società degli uomini-mosca. E’ sempre stato così, fin dall’ alba dei tempi: I ragni infestano i teatri, le mosche vanno a guardarli. Qualcuno viene divorato, molti, i più, mangiano lo sterco. Nessuno sa chi ce l’abbia messo lì, nessuno se lo domanda.
L’unica cosa che conta davvero, nella società degli uomini-mosca, è avere qualcosa da mettere sotto i denti, prima che inizi il prossimo spettacolo.

Fine